martedì 14 dicembre 2010

Terrificanti storie natalizie 2


Ho la sensazione che per il resto di dicembre avrò poco tempo per scrivere, quindi mi appresto a consegnarvi un minestrone che potrete riscaldare quando più vi pare..

Nel nord dell'Australia, vicino Darwin, c'è un bellissimo ed immenso parco nazionale che risponde al nome di Kakadu National Park.
D'estate, cioè un questo periodo, si allaga e tutte le strade diventano impercorribili ed i coccodrilli arrivano fin sotto la vostra finestra. Ma durante la stagione secca è accessibile ed è raccomandabile visitarlo, se si può.
Oltre alle centinaia di specie di uccelli che vi nidificano, presenta numerose e bellissime cascate, laghetti, termitai altri 3 metri, canguri e coccodrilli, alture e caverne nelle quali, migliaia di anni fa, gli aborigeni avevano lasciato prova della loro arte.
E proprio nella località d'arte rupestre di Nourlangie Rock è morto l'ultimo turista in ordine di tempo.

Lo scorso 31 ottobre un signore tedesco di 63 anni ha pensato, dopo aver visto le famose decorazioni, di fare il giro della roccia seguendo il percorso di 12 km nella foresta. Ma a quanto sembra ha deciso di farlo dada solo, in pieno giorno, con temperature elevate e senza essersi portato dietro un sorso d'acqua.
Esattamente il contrario di quello che viene consigliato di fare.
E che sarà mai? Avrà pensato l'escursionista.

Il fatto è che il sole da queste parti è proprio senza pietà, e quando picchia, picchia pesantemente.

Sembra che il tedesco abbia percorso tre quarti del cammino e che poi sia andato in confusione, uscendo dal sentiero e perdendosi tra gli alberi. (che non offrono ombra come nella foresta pluviale ma sono piante alte e fini con foglie generalmente minuscole).
Insomma, ha perso la testa, ha perso il sentiero, e senza l'ausilio di bestie feroci, ha anche perso la vita per disidratazione.

A questo proposito mi viene in mente un fatto che è successo nel 2005, se non vado errato, di cui però non trovo traccia sul web.

A memoria vi dico che due turiste, zia e nipote, hanno deciso di fare un viaggio attraverso l'interno del continente. Ma la sfortuna ha voluto che la macchina le piantasse in asso proprio nel mezzo del nulla. (In realtà nel -quasi- deserto interno le condizioni ambientali sono tali che è probabile che una vettura non perfetta soffra problemi meccanici).

Così le due donne, vista l'inutilità della macchina, hanno deciso di mettersi in cammino verso la più vicina località sulla mappa. (50, 100km? non ricordo..).

E questa decisione è costata loro la vita.
Viene sempre ricordato, infatti, che in casi come questo la miglior cosa da fare è allestire un segnale sul terreno ed aspettare all'ombra della vettura, razionando l'acqua il più possibile. Se si aspetta per uno, due, tre, quattro giorni, alla fine qualcuno vedrà la vostra macchina, ed immaginando il peggio, correrà ad aiutarvi.

Così infatti è successo. La loro vettura è stata trovata dopo 3, forse 4 giorni, ma delle due occupanti non c'era nessuna traccia. Le hanno trovato morte per disidratazione il giorno dopo, a neanche metà strada dalla loro probabile metà.

Per farvi capire meglio la situazione, vi dico che a seguito dei numerosi decessi di turisti nel deserto, per il terzo anno consecutivo il governo del South Australia ha deciso di chiudere il deserto, per quanto strana possa sembrare questa frase.
Il Simpson Desert è attualmente inacessibile, dallo scorso 1 dicembre al 15 marzo prossimo, quando le temperature giornaliere si aggirano tra i 40 e i 50°c.
Dice il Distric Ranger della zona che le uniche persone ad avventurarsi nel deserto d'estate sono turisti, e che la maggior parte di loro provengono dall'Europa dove non hanno mai avuto modo di scontrarsi con le estreme condizioni climatiche del deserto, nè tantomeno di guidare una vettura su terreni così particolari. E che solitamente non sono attrazzati con radio o telefoni satellitari, nè si portano dietro i kit di emergenza. Da qui l'alto tasso di mortalità dei visitatori e la conseguente chiusura del deserto!

E adesso vi faccio fare un salto di qualche migliaio di chilometri e vi porto lungo la costa nord-est del Queensland, al cospetto dell'immensa, strabiliante Barriera Corallina, dove l'acqua è sempre calda, smeraldina e ricca di vita. Un luogo (in realtà 2000km di luoghi) dove ogni giorno migliaia di turisti si fanno scorrazzare in barca per fare le immersioni o anche solo snorkeling ed ammirare una vista che neanche il più bello degli acquari potrà mai simulare.

E qui che nel 1998 si sono perse le traccie di Tom ed Eileen Lonergan, una coppia americana in vacanza. Esperti sub, sono entrati in acqua con tutti gli altri e, per un'incredibile svista, allor quando era ora di tornare indietro, nessuno si è accorto che mancavano all'appello.
La barchetta degli allegri gitanti è tornata in porto e solo dopo due giorni l'equipaggio ha fatto caso allo zaino abbandonato di Tom ed Eileen. Subito son partite le ricerche ma come potete immaginare dei due americani non è stata trovata traccia. (Probabilmente gli squali avevano qualche indizio però..)

Questa storia è talmente assurda che ne è stato tratto un film dal titolo Open Water e che col tempo si è pensato che i due avessero inscenato la scomparsa con l'aiuto di qualche complice. Vero è però che il loro conto bancario non è mai stato toccato e nessuno ha mai chiesto risarcimento all'assicurazione sulla vita dei due!

Nel 2003 la Barriera Corallina è stata teatro anche di un fatto di cronaca nera che ancora risuona nei tg australiani e americani.
Trattasi dell' Honeymoon Killer, ovvero il caso dell'omicida del viaggio di nozze.
In questo caso la ferocia dell'ambiente australiano centra poco, in realtà.
La solita coppia americana era in viaggio di nozze e avevano previsto di fare qualche qualche immersione tra i coralli. E' successo che dopo solo 7 minuti di immersione la fresca sposina abbia perso conoscenza e sia affogata in pochi metri d'acqua, mentre il marito correva in superficie a cercare aiuto. Il lato terrificante di questa storia è che un altro sub ha scattato accidentalmente la foto della morente povera ragazza, che potete tristemente trovare con una veloce ricerca, come questa.
Il marito, qua in Australia, è stato accusato e condannato per omicio dato che il suo comportamente sott'acqua non ha avuto niente a che fare con un tentativo di soccorso, bensì ha compiuto una serie d'azioni contrarie alle più comuni procedure d'emergenza.
Come immagino avrete visto dalla foto, il corpo della moglie si stà adagiando sul fondo mentre il marito lascia che affoghi in finta cerca di aiuto. (Ha in seguito chiesto di incassare il premio sulla vita dell'assicurazione da poco stipulata..)
Il fatto è tornato recentemente alla ribalta perchè gli Stati Uniti hanno finalmente ottenuto l'estradizione, dopo aver assicurato il Governo australiano che non sarebbe stato mandato alla sedia elettrica.

Ed infine, concludo il terrificante minestrone natalizio con questo studio condotto nel 2007.

Nei primi sette anni del nuovo millennio l'ambiente australiano ha ucciso 2433 turisti stranieri.
La prima causa di morte sono gli incidenti stradali, seguiti da problemi di salute come insolazioni, attacchi cardiaci e simili, causati solitamente dalle estreme condizioni ambientali, mentre al terzo posto c'è l'affogamento. Poi cause naturali, tipo morire di sete nel deserto o simili..

Le autorità commentano che i turisti sono troppo sprovveduti e pensano di entrare in acqua a farsi il bagno come fossero nel calmo e morente Mediterraneo, o si avventurano nel bush come se dovessero fare due passi nei parchi cittadini.

D'altronde bisogna ricordarsi che nel 1969 l'Australia ha perso l'allora Primo Ministro Harold Holt a seguito di una nuotata nelle agitate acque di Cheviot Beach, vicino Melbourne. Era il 17 dicembre, un weekend, ed Harold è entrato in acqua per rinfrenscarsi. La corrente era così forte che semplicemente il Primo Ministro è sparito alla vista degli amici e non è mai stato ritrovato.

Se può succedere al Primo Ministro, figuratevi a voi, poveri turisti!

ps-Ho rivinato i vostri sonni natalizi?

lunedì 6 dicembre 2010

I kookaburra albini


Grazie alla segnalazione di un attento lettore del blog mi arriva sotto il naso un breve articolo su un rarissimo ritrovamento: due kookaburra albini beccati nel nord del Queensland!

Questa volta la pagina è in italiano e quindi mi limito a lasciarvi il link qua.

Ritengo che il blog abbia ricevuto il suo regalo natalizio!
Grazie Fabio!

sabato 4 dicembre 2010

Terrificanti storie natalizie 1


Le terrificanti storie natalizie che vi racconterò questo mese in realtà non hanno nulla a che fare con il Natale.
Ma siccome, a mio parere, l'Australia tutta non ha a che fare con il Natale, ecco un modo per ricordarvelo! In più rovinerò i vostri sonni mentre aspettate il ciccione vestito di rosso. Che c'è di meglio?

La prima terrificante storia nataliza ci porta nel Kimberley, marzo 1987.

Il Kimberley è ancora oggi una remota regione del nord-ovest. E quando dico remota, intendo veramente remota. Avete presente la storia del Kookaburra a motore?
In ogni caso quella volta un motoscafo da crociera con 5 persone a bordo, immagino benestanti, stava girovangando per la frastagliata costa quando decise di andare a visitare le Kings Cascade.
Buttarono l'ancora e decisero di farsi una nuotata rinfrescante per arrampicarsi sulle roccie.

Ora il problema è che il nord Australia è ricco di coccodrilli. Ma il problema dei coccodrilli è che, oltre ad essere dei coccodrilli, la maggior parte di essi sono d'acqua salata. Ciò significa che queste bestie da Jurassic Park popolano allegramente tutti i fiumi dal tropico in su, e che in più, spesso, si fanno una nuotata fino alla foce del fiume, escono in mare, magari fanno due passi sulla spiaggia (non si sa mai) e vanno a visitare la foce di un altro fiume per incontrare amici, femminucce e nuove prede. Insomma: se già è pericoloso stare in spiaggia, figuratevi farsi il bagno in un placido fiume dove quelle bestie nidificano.

Ma i nostri 5 amici evidentemente ignoravano o sottovalutavano questo piccolo problema (dai 3 metri in su) giurassico.

Tra le cinque persone quel giorno c'era Ginger Faye Meadows, una modella part-time di Charlottesville, Virginia. Lei ed un'amica nuotarono fino alla parete rocciosa della cascata e si fermarono a riposare su una roccia, con l'acqua che arrivava loro alla vita.
A quel punto si accorsero del coccodrillo, il quale si era accorto di loro già da un pò e nuotava tranquillamente per raggiungerle.
Non saprei dire chi delle due, ma in ogni caso provarono a tirargli una scarpa. Secondo il racconto la scarpa andò a segno sulla testa della bestia. Questa chiuse per un attimo un occhio titubante e la Meadows decise di approfittare del momento per nuotare fino alla barca. Circa 20m.

Il coccodrillo la raggiunse e la prese per un fianco a metà strada, portandola sott'acqua. Un testimone sulla barca affermò che sparì per venti secondi, riemerse con le braccia verso l'alto e lo sguardo sconvolto, ma non disse una parola nè fu capace di urlare. Tornò sott'acqua e non riemerse mai più.

Ho trovato un sito web che riporta un articolo di un quotidiano credo americano datato 10 aprile 1987. Nell'articolo la polizia locale afferma di avere ritrovato alcuni resti umani e che grazie alle impronte dentarie possono affermare che si tratta della Meadows. Il sito web è a pagamento quindi non ho potuto raccogliere niente di più.

In ogni caso quello che è straordinario di questa storia non è la morte di una turista sconsiderata (con tutto il rispetto per la povera ragazza) per via di un coccodrillo, ma il fatto che la vittima si sia accorta di ciò che le stava per succedere.
Solitamente infatti, il coccodrillo non lo si vede arrivare.
Ricordatevene.



ps- se volete saperne di più su questo genere di incidenti in Australia, cercate il libro Crocodile attack in Australia di Hugh Edwards.

martedì 30 novembre 2010

Si, ma i Kangaroos?


Vi chiederete voi.
"Più di un anno che scrivi di bestie e stranezze e non ci hai ancora parlato dei canguri?"

Si avete ragione, e potete stare tranqiulli: i canguri ci sono e sono anche animali molto belli.
Se venite da queste parti e vi mettete in macchina, soprattutto se puntate verso l'interno, dovrete stare attenti a quando attraversano la strada d'improvviso, saltando come cavallette mastodontiche. Non è difficile vederli liberi per il bush.

Ma invece di pararvi dei kangaroos, vi parlo dei koala!
I koala puzzano di brutto, e non è per niente facile avvistarli sui rami degli alberi. Non perchè si mimetizzano, ma perchè il loro numero è così ridotto che è una specie a rischio.

L'uomo bianco, con la sua saggezza, ha pensato bene di cacciarlo per venderne la pelliccia in Europa. Solo all'inizio del 20° secolo più di un milione di koala fu sterminato per questo motivo, con l'ultima grande mattanza che ha avuto luogo nel 1927 quando, nonostante la presenza di più movimenti sensibili alla condizione critica di questi innoqui animali, furono eliminati in un solo mese 600.000 esemplari.
L'impatto di questa carneficina è stato tale che la popolazione dei koala non si è più ripresa.

Va anche detto che la sfortuna di questo marsupiale, specializzato nella digestione delle foglie di alcune specie di eucalipto, è legata al fatto che l'unica parte dell'Australia in cui l'eucalipto cresce o cresceva rigoglioso, così come per la maggior parte degli alberi presenti sul continente, è la costa orientale, dove l'uomo bianco ha deciso di stabilirsi.
L'urbanizzazione e la destinazione a colture di enormi porzioni di territorio continua tutt'oggi a sottrarre spazio vitale ai koala, ormai ridotti a meno di 100.000 esemplari (liberi).

La loro dieta a base di velenose (per gli altri animali) foglie di eucalipto, con un contenuto calorico ridicolo, fa sì che i koala passino fino a 18 ore al giorno a dormire sugli alberi. Esiste una leggenda metropolitana secondo la quale i koala, cibandosi di foglie tossiche, passino in realtà molto tempo in trip chimici come i giovani che prendono pasticche il sabato sera. Ovviamente è una stupidaggine mentre è invece vero che non bevono mai (quasi mai) acqua, che viene ricavata invece dalle solite foglie. Da qui il nome che è evidentemente una trascrizione del nome attribuito a questo animale da alcune tribù aborigene, che vuol dire "no bere".

Appare chiaro, come al solito, che gli aborigeni conoscevano perfettamente il territorio e gli animali che lo abitano. Gli europei invece, senza particolari pensieri, hanno chiamato per lungo tempo i koala scimmie o orsi. O ancora meglio orsi-scimmie o orsi nativi. Senza tenere conto che i koala sono erbivori e sopratutto marsupiali!

In qualche modo comunque al koala è andata bene, per quanto riguarda il nome.
Uno dei fatti più ridicoli della colonizzazione inglese, è stato infatti il nome attribuito ai canguri!
I supponenti sudditi della Regina infatti, appena arrivati hanno subito chiesto, in inglese, il nome di quell'incredibile animale che salta.

"What is its name?" - "Come si chiama?"
"Kanagaroo!" - "Non capisco!"
"What?" - "Come?"
"Kangaroo!" - "Non capisco!"

E kangaroo è rimasto. Che tristezza.

A tutt'oggi i koala sono una specie a rischio ed il governo federale, così come i governi locali, non hanno ancora chiarito o stabilito lo status di questo innoquo ed indifeso dormiglione.
Il Queensland è uno Stato interessato alla questione in quanto possiede metà della costa orientale dell'Australia e delle sue foreste. Putroppo lo sviluppo urbano, soprattutto nel sud-est, cioè l'area di Brisbane, della Sunshine Coast e della Gold Coast, è in forte aumento e si rimanda il problema in nome del mattone (del legno in realtà, dato che il mattone per le case è rarissimo).
Ma se passate di qua potrete comunque vedere tantissimi koala al Lone Pine Koala Sanctuary di Brisbane, dove questi animali vengono curati, accuditi e rimessi in libertà in zone sicure. Il biglietto è un poco caro ma serve a finanziare il parco e ad aiutare la sopravvivenza dei Koala.
Sono dollari ben spesi.

Infine vi lascio con questa foto:



Pochi giorni fa a Magnetic Island, durante un giorno di pioggia, un koala ha pensato bene di entrare al pub locale per ripararsi. Ha puntato una bella trave del soffitto e ci si è arrampicato. Dopo pochi minuti, nonostanto la confusione intorno al bancone, si è tranquillamente addormentato.

lunedì 22 novembre 2010

Sul surf, i grandi classici ed il peccato


E' un periodo in cui penso spesso alle onde e all'arte del cavalcarle.
Per cui, anche se ne ho scritto da poco nel post Breath, ritorno sull'argomento.

Due settimane fa, al mare, ho assistito ad una scena bellissima. In mezzo ad una marea di aspiranti surfisti, c'era un signore, sui 40, che stava in acqua col figlioletto. Il bambino poteva avere 5 anni ed era alto... non saprei, era un tappo! Uno scricciolo di bambino.
Ovviamente aveva la tavola da surf.

Immaginatevi una baia riparata dalla forze del Pacifico, dove le onde arrivano ordinatamente, quasi tutte uguali, una dietro l'altra Un posto dove puoi scegliere di andare a prenderle là dove si rompono o più vicino, dove un piccolo e potente muro di schiuma bianca ti travolge senza fine. (per la cronaca, la località si chiama Noosa, qua).

Il padre stava a mollo, con l'acqua al petto. Il nanetto stava sdraiato sulla tavoletta, in attesa.
Al momento giusto il padre spingeva la tavola per farle prendere l'onda in arrivo, ed il bambino saltava sù come un fulmine ed iniziava a surfare. Non a tentare. No. Il nanetto surfava, e girava, e sterzava, e pestava i piedi verso la punta per far prendere velocità al surf, e cavalcava fino a quando era soddisfatto. Poi d'un tratto era nuovamente sdraiato e remava per tornare dal padre, in cerca sempre del punto migliore per il lancio.
Ha preso più onde quel bambino che la maggior parte degli adulti in acqua quella mattina..

Così, affascinato da questo mondo di meduse, squali e correnti assassine, popolato però da intere generazioni di surfisti non particolarmente allarmati dai pericoli, mi sono ritrovato a cercare e leggere qua e là informazioni su quest'arte così particolare ed affascinante.

Ho comprato un interessante libro sulle onde, intese in senso lato. Si intitola "The wavewatcher's companion", in italiano mi sembra non sia ancora uscito, ma dovrebbe suonare come La compagnia degli osservatori delle onde, scritto da Gavin Pretor-Pinney (potete trovare invece dello stesso autore: Cloudspotting - Una guida per i contemplatori di nuvole).
L'argomento onde è vastissimo ed il libro surfa tra quelle marine, quelle acustiche, quelle elettromagnetiche, quelle generate dai terremoti, quelle generate dalla gente negli stadi ecc..
L'ultimo capitolo è dedicato proprio al surf ed alla fisica che lo regola. Ma anche all'arte del governare la fisica senza essere scienziati.

Ma non mi sono fermato ed in rete sono incappato in alcune curiosità della storia del surf.
Prendo spunto da questa pagina web in inglese, che completa il lancio di un documentario su alcune particolari figure del passato di questo sport, per raccontarvi qualcosa che credo meriti.

A quanto leggo la prima documentazione scritta della storia relativa al surf, ha a che fare con James Cook. Sempre lui! In realtà il grande capitano, responsabile del primo insediamento britannico in Australia, non fece effettivamente in tempo a scrivere di surf perchè venne ucciso durante la sua terza spedizione, alle Hawaii, proprio dove lui ed il suo equipaggio furono per la prma volta testimoni delle gesta degli indigini sulle onde.
L'ònere di tenere il diario di bordo passò così al tenente James King che dedicò ben due intere pagine alla descrizione di questa insolita attività. Correva l'anno 1779 e King, dopo una descrizione che include tante delle manovre ancora oggi compiute, concludeva così:

"The above diversion is only intended as an amusement, not a tryal of skill, and in a gentle swell that sets on must I conceive be very pleasant, at least they seem to feel a great pleasure in the motion which this exercise gives."

"L'attività descritta è intesa solo come un divertimento, non una prova di bravura, e con delle onde gentili, devo ammettere che sembra essere veramente piacevole, almeno sembrano provare grande soddisfazione dal movimento che questo esercizio crea."


Poichè gli hawaiani non conoscevano la scrittura, non è possibile indicare quando questa attività così insolita ha avuto inizio. E' però stupefacente pensare che, se le Hawaii sono state colonizzate dagli spostamenti dei polinesiani, come sembrano dover ammettere gli antropologi, con un processo iniziato 2000 anni prima di Cristo, è probabile che non solo i popoli delle isole del pacifico possedevano conoscenze marine raffinatissime che consentivano loro appunto di spostarsi per centinaia o anche migliaia di chilometri in mare aperto a bordo sostanzialmente di canoe, ma anche che questi praticassero l'arte del surf ben prima che Colombo fosse nato!
A questo proposito torna utile il libro di Pretor-Pinney e lo studio raffinato delle onde marine, che possono rivelare la lontana presenza di terra ferma all'occhio di chi le sa leggere. Figuratevi se un popolo in grado di concepire tali spostamenti in mare aperto, non fosse in grado di cavalcare un onda!

Purtroppo le Hawaii, come molte isole del pacifico, abitate sostanzialmente da popoli gentili e dediti ai piaceri della vita, furono presto invase da ogni tipo di avventurieri, guerrieri, governatori, vagabondi, assassini, mercanti, malattie e predicatori del vecchio mondo.

La cultura del surf, che alle Hawaii faceva profondamente parte della vita sociale, attraverso riti, preghiere, sfide per il regno o per le spose, Dei da placare e bravura da mostrare, fu violentemente minata.
Ovviamente a dare il colpo più duro furono i religiosi, che hanno sempre avuto l'implacabile istinto di viaggiare per i sette mari pur di riuscire a rovinare la vita altrui.
In questo caso i distruttori furono dei Calvinisti Cristiani inglesi, arrivati nel 1820.
Non solo volevano convertire gli indigeni al culto di un solo Dio, ma ovviamente pretendevano che le persone fossere più vestite, che lavorassero di più, più duramente, che facessere meno sesso e che giocassero di meno. Ed il surf, manco a dirlo, era un'attività da cancellare!

L'unica cosa a sparire più velocemente della cultura hawaiana, erano gli hawaiani stessi. Decimati dalle malattie portate dal vecchio mondo.

Una delle più vecchie foto esistenti di un hawaiano con la sua tavola, fine '800.



Così durante l'800 non rimasero che pochi, sparuti, deprecabili, ignoranti, peccaminosi indigeni a tramandare l'antica arte del surf.
Eppure il cambiamento di rotta era nell'aria.
Durante quel secolo infatti sia Robert Louis Stevenson, che Herman Melville, che Mark Twain passarono per le Hawaii. E se i primi due si limitarono ad utilizzare i paeseggi tropicali per ambientare le loro storie, il buon Twain si fermò a sufficienza per vedere, capire, apprezzare e praticare il surf! Non solo infatti scalò il Kilauea durante un'eruzione, non solo cavalcò in giro per l'isola fino a che il sedere non gli fece male, non solo tentò di nuotare nudo con le native (altrattanto nude), ma si cimentò pure, anche se senza successo, nel tentativo di cavalcar le onde per la quali "solo i nativi potevano dominarne la pratica".
Putroppo Mark Twain al tempo non era ancora famoso e del surf ne parlò solo in alcune lettere private.

Ma evidentemente, nonostante l'immoralità, era solo questione di tempo.

Capitò così che con l'avvento del nuovo secolo, furono proprio 3 uomini bianchi, ed un hawaiano, a ridare vita a questo sport.
Accadde che nel 1907 Jack London, già autore di tre grandi successi quali Zanna Biancha, Il richiamo della foresta ed Il lupo di mare, fece visita, con la moglie, alla località di Waikiki. Avendo preso sistemazione proprio davanti ad una delle poche spiaggie in cui veniva ancora praticato il surf, non potè fare a meno di interessarsene. Conobbe così un eccentrico giornalista inglese dal nome di Alexander Hume Ford, che lo iniziò alla pratica, ed i surfisti locali, tra cui il mezzo scozzese George Freeth, un maestro della tavola ma anche un completo uomo di mare. Inutile dire che Jack London divenne presto un surfista ed immediatamente scrisse di questo sport nel saggio "A Royal sport. Surfing in Waikiki".
(Personalmente trovo stucchevole che London abbia definito il surf come uno sport Reale, cioè della Regina o del Re d'Inghilterra, ma sicuramente in generale fu il male minore..)

George Freeth con la sua tavola.


Il racconto di London ebbe una tale risonanza che Freeth, il genio della tavola, fu invitato in California da un magnate della ferrovia per una dimostrazione pratica. Freeth fu dunque ufficialmente il primo uomo a surfare un'onda in California (in seguito poi patria del surf moderno con l'Australia e le Hawaii) anche se testimonianze dell'800 raccontano di equipaggi di hawaiani a bordo di vascelli inglesi e americani correre verso riva per cavalcare nuove onde in località per loro mai viste prima.

Così mentre London promuoveva il nuovo sport reale nei salotti più importanti, e Freeth lasciava di stucco le folle astanti in giro per il mondo, Hume Ford si diede da fare per ricevere dei fondi che consentissero la fondazione di un surf club a Waikiki.
Il club si fece e prese il nome di Outrigger Canoe Club. E nel 1915, quando London tornò a far visita, possedeva già 1200 membri!

L'ultimo tassello per la rinascita di questo sport fu aggiunto dall'hawaiano e leggendario Duke Paoa Kahanamoku. Un talento sulle enormi tavole dell'epoca, ma anche un incredibile nuotatore. Nel 1912 aveva già battuto 3 volte il record mondiale sui 100m stile libero, rivoluzionandone tra l'altro la tecnica.
In quello stesso anno, passando per la California diretto a Stoccolma per le Olimpiadi, diede anch'egli una dimostrazione di surf che fece ancora più clamore della prima.
Vinse le Olimpiadi e pure quelle successive, passando molti anni a dare dimostrazioni di nuoto e surf in giro per il mondo.

Fu lui, nel 1915, nella spiaggia di Manly, Sydney, a dare una dimostrazione di surf ai dimenticati sudditi della Regina, dando all'Australia un nuovo sport di cui sarebbe poi diventata portabandiera.
Il campione dei campioni: Duke Paoa Kahanamoku.