giovedì 16 giugno 2011

Sui viaggi e dintorni


Come accennavo nel post Multimediale, esiste una tipologia di viaggio che da un lato e' molto comune, dall'altro e' quasi sconosciuta, o forse conosciuta ma ignorata da molti residenti nello stivale.
Si tratta del fare backpacking.

Non sono un esperto, ma da quello che ho imparato potrei definire il backpacking come l'attivita' del viaggiare con solo uno zaino sulle spalle senza preoccuparsi troppo della pianificazione del viaggio stesso, schivando l'utilizzo dei comuni canali del turismo di massa, tra i quali l'evitare il dormire negli alberghi e' forse l'espressione piu' evidente.
Il backpacker, colui che viaggia in questo modo, solitamente si addormenta negli ostelli, definiti a loro volta con lo stesso termine backpacker, per lo meno qua.
Queste sistemazioni sono solitamente spartane ma confortevoli. Offrono posti letto in dormitori da 4, 6 o 8 posti, divisi in maschili e femminili, a prezzi molto convenienti. I bagni sono in comune, un po' come in campeggio, e c'e' sempre una grande cucina di tutto fornita per permettere agli avventori di prepararsi i proprio pasti. Tavoli, panchine, tv e libero scambio di libri e film e musica sono un ulteriore segno distintivo, e non mancano ostelli in cui e' possibile farsi anche il bagno in piscina, utilizzare la grande rete gratuitamente, e prenotare gite ed escursioni varie.
I backpackers sono luoghi di ritrovo, stazioni di servizio per il viandante, dove ci si incontra, si pianificano le tappe dei prossimi spostamenti, si scambiano consigli, indirizzi, si trovano nuovi amici, si salutano i vecchi compagni di viaggio, si trova l'amore, lo si lascia, si sogna dei prossimi tramonti e si pensa ai conoscenti lasciati indietro, a casa, si aggiorna il proprio blog.

La popolazione di backpackers presente in questo lato del mondo, e mi riferisco a tutto cio' che c'e' dall'India in poi, e' molto ma molto piu' elevata di quanto una persona che non lo ha mai praticato possa immaginare.
Da un lato si offre la possibilita' di viaggiare e arrivare a qualunque meta, a costi veramente contenuti; dall'altro il 'vagabondo' assapora quel senso di liberta' e scoperta che poche volte al giorno d'oggi si puo' provare, e contemporaneamente spende i suoi risparmi portando denaro anche a quelle comunita' solitamente ignorate dai canali turistici ufficiali.

Abitando in Banania, un paese in cui tutto e' una presa per il culo, e' difficile capire o convincersi che per vedere ad esempio l'Opera House di Sydney puoi cavartela con 30 dollari a notte, invece dei 100 e piu' euro per una bettola schifosa in periferia di Roma o Milano.
La situazione della Madre Patria e' tale che, per ragioni culturali ed economiche, ormai marce, e' impossibile per un ventenne decidere di andare a vedere il mondo per un anno con poche centinaia di euro in tasca ed uno zaino sulle spalle.

Ma buona parte della gioventu' degli altri paesi avanzati lo fa.

Ventenni che gia' abitano da soli, con una laurea gia' in tasca, e che prima di immolarsi alla causa del lavoro partono alla scoperta di nuovi paesi e culture. Ovviamente qua si entra in un discorso che parte per la tangente e che non e' neanche possibile affrontare in uno spazio come questo.

La morale e' che e' possibile viaggiare senza spendere le cifre indicate dai tour operator, e che un Paese furbo come l'Australia si fa ricco sfruttando i risparmi dei giovani, mentre un Paese stolto come il mio, soffoca i giovani e si affida alla speranza che i gruppi di ricchi americani, russi, giapponesi e ora anche cinesi, non smettano di portare denaro in hotel e citta' dai costi assurdi.

La fortuna dell'Australia, oltre che ad una gestione intelligente, sta anche nella particolare costituzione geografica del Paese. La presenza del deserto nel cuore del continente ed una bassa popolazione affollata quasi tutta sulla costa est-sud/est, accanto ad una cultura di tipo occidentale, gettano le basi perche' il mito americano della frontiera non si estingua ed anzi trovi qui il suo ultimo baluardo.

I grandi spazi, la natura selvaggia, le strade piu' o meno asfaltate che spariscono all'orizzonte, le foreste pluviali ed il deserto, il caldo torrido ed il freddo, le spiagge e le scogliere, il senso di desolazione e di scoperta, l'assenza -visibile- di impatto umano, e contemporaneamente la presenza di sparute stazioni di servizio e degli ostelli per la notte, la fauna unica, rendono l'Australia una delle mete piu' ambite dai backpackers di tutto il mondo.

E' sufficiente per una volta andare a dormire in un backpacker, per trovarsi travolti da un fiume di giovani in giro per il mondo, partiti da soli ma in felice compagnia, in possesso di 2 o 3 lingue, allegri, speranzosi, avidi di cose nuove, o anche semplicemente fannulloni che si trascinano nella speranza di rimandare il ritorno alla vecchia vita.

E' il mito del viaggio e della frontiera che si incontrano.
In pochi chilometri si passa dai futuristici palazzi del centro ai sonnacchiosi quartieri fatti da mille casette di legno. Si arriva poi alla campagna dove e' facile, incrociando vecchi centri abitati e macchine degli anni '60, sentirsi come catapultati indietro nel tempo. Al boom americano con Elvis e gli hamburger serviti alle stazioni di servizio.
Poi ancora, quando i chilometri si fanno sentire, la desolazione aumenta, la vegetazione si fa povera, le macchine degli anni 60 diventano rottami, gli animali spuntano ad ogni angolo, i cowboy bevono birra e parlano in modo incomprensibile, i cespugli secchi rotolano sulla strada, le mosche si danno da fare sui cadaveri degli animali in cunetta ed eccoti in una strana versione del Far West.
La lancetta del tempo corre indietro, e piu' chilometri ti metti alle spalle, piu' ti senti un intruso in una terra che non ti stava aspettando.
Quando sei nel deserto, o nelle piane alluvionali del nord, in un canyon, in una desolata spiaggia dell'ovest, lungo un fiume, attorno al fuoco la sera, sotto un cielo stellato come pochi, allora a quel punto sei arrivato alla preistoria.
Il deserto non ti offre nulla ed i pochi aborigeni che possono ancora farlo, vivono in un tempo tutto loro, seguendo le loro stagioni, 7 se non sbaglio, e danzando i loro riti.
Le loro mani sono dipinte sulle pareti delle grotte accanto ai disegni dei coccodrilli, che sono la' da qualche parte e ti guardano passare, non visti.

Per molti non c'e' una meta. C'e' un tempo a disposizione da impiegare, possibilmente visitando piu' posti possibili, senza spendere troppo. Il viaggio e' lo scopo. Il viaggio e' la meta.
Come ci hanno insegnato tanti scrittori del passato, come ci mostra spensieratamente il video di Mraz da cui sono partito, come ha detto a tutto il '900 'On the road' di Kerouac, o come ci aveva insegnato gia' da tanto Ulisse.

Come da poco ci ha ricordato il film di grande successo 'Into the wild'.

Questa pellicola, che narra poeticamente il vero viaggio di un giovane idealista americano in cerca della liberta', tralasciando volutamente la stoltezza che l'ha guidato alla morte, ha creato nella figura di Chris McCandless un recente mito tra i giovani backpackers del mondo.
Non solo il backpacking e' un modo economico di viaggiare, ma con l'apporto di questa pellicola e' diventato anche un modo per protestare e manifestare la propria non appartenenza al mondo del capitalismo, o anche solo del bieco turismo di massa.

L'esempio, a mio modesto parere sciocco, di McCandless, il quale viaggiava nel modo piu' spartano possibile, vivendo anche scomodita' del tutto evitabili, e che ha trovato una morte del tutto evitabile dovuta solamente alla sua idiozia, ha influenzato molti giovani con l'idea del backpacking, trasformandoli in una massa enorme di aspiranti alternativi tutti esattamente conformi gli uni agli altri.

Ho visto esempi, ed anche ricevuto racconti di prima mano, di aspiranti ricercatori della verita', scalzi in giornate buone per la neve, addormentati su una panchina invece che nella tenda canadese, utilizzando un fornello da campeggio direttamente sull'asfalto di una strada desolata (anziche' appoggiarlo almeno sul cofano), perche' piu' scomodo e', piu' vicino alla poverta' mi pongo (senza rinunciare pero' a mettere le foto che lo testimoniano sul blog dal mio Iphone), piu' sono figo rispetto agli altri.
Ragazzi che di fronte ad un vasto panorama o all'arrivo dopo 2000km di macchina urlano al cielo 'Supertramp!', ossia il nomignolo che Chris McCandless si era scelto.

Cosi' capita che accanto a tanti giovani semplicemente in viaggio, ci siano anche ragazzi preoccupati che l'esperienza sia estrema per le sue scomodita' e che foto e quant'altro ne attestino l'avvenimento al resto del mondo, e che li faccia entrare nel club assurdamente affollato ed omogeneo degli alternativi per forza.

Qui si conclude questa panoramica sul backpacking per come l'ho conosciuto qua tra i canguri.
Inviterei tutti per una volta a fare un viaggio on the road, senza prenotazioni e senza mete imperdibili, ma solo mete possibili. Soprattutto senza sciocchi estremismi. Possibilmente partendo da soli, come fanno quasi tutti. Ma come, da soli?
Si', perche' come diceva quello:

'Se parto da solo sono sicuro che incontrero' degli amici.'

2 commenti:

Alberto ha detto...

beh, che dire. bellissimo post

F ha detto...

Grazie!