lunedì 22 novembre 2010

Sul surf, i grandi classici ed il peccato


E' un periodo in cui penso spesso alle onde e all'arte del cavalcarle.
Per cui, anche se ne ho scritto da poco nel post Breath, ritorno sull'argomento.

Due settimane fa, al mare, ho assistito ad una scena bellissima. In mezzo ad una marea di aspiranti surfisti, c'era un signore, sui 40, che stava in acqua col figlioletto. Il bambino poteva avere 5 anni ed era alto... non saprei, era un tappo! Uno scricciolo di bambino.
Ovviamente aveva la tavola da surf.

Immaginatevi una baia riparata dalla forze del Pacifico, dove le onde arrivano ordinatamente, quasi tutte uguali, una dietro l'altra Un posto dove puoi scegliere di andare a prenderle là dove si rompono o più vicino, dove un piccolo e potente muro di schiuma bianca ti travolge senza fine. (per la cronaca, la località si chiama Noosa, qua).

Il padre stava a mollo, con l'acqua al petto. Il nanetto stava sdraiato sulla tavoletta, in attesa.
Al momento giusto il padre spingeva la tavola per farle prendere l'onda in arrivo, ed il bambino saltava sù come un fulmine ed iniziava a surfare. Non a tentare. No. Il nanetto surfava, e girava, e sterzava, e pestava i piedi verso la punta per far prendere velocità al surf, e cavalcava fino a quando era soddisfatto. Poi d'un tratto era nuovamente sdraiato e remava per tornare dal padre, in cerca sempre del punto migliore per il lancio.
Ha preso più onde quel bambino che la maggior parte degli adulti in acqua quella mattina..

Così, affascinato da questo mondo di meduse, squali e correnti assassine, popolato però da intere generazioni di surfisti non particolarmente allarmati dai pericoli, mi sono ritrovato a cercare e leggere qua e là informazioni su quest'arte così particolare ed affascinante.

Ho comprato un interessante libro sulle onde, intese in senso lato. Si intitola "The wavewatcher's companion", in italiano mi sembra non sia ancora uscito, ma dovrebbe suonare come La compagnia degli osservatori delle onde, scritto da Gavin Pretor-Pinney (potete trovare invece dello stesso autore: Cloudspotting - Una guida per i contemplatori di nuvole).
L'argomento onde è vastissimo ed il libro surfa tra quelle marine, quelle acustiche, quelle elettromagnetiche, quelle generate dai terremoti, quelle generate dalla gente negli stadi ecc..
L'ultimo capitolo è dedicato proprio al surf ed alla fisica che lo regola. Ma anche all'arte del governare la fisica senza essere scienziati.

Ma non mi sono fermato ed in rete sono incappato in alcune curiosità della storia del surf.
Prendo spunto da questa pagina web in inglese, che completa il lancio di un documentario su alcune particolari figure del passato di questo sport, per raccontarvi qualcosa che credo meriti.

A quanto leggo la prima documentazione scritta della storia relativa al surf, ha a che fare con James Cook. Sempre lui! In realtà il grande capitano, responsabile del primo insediamento britannico in Australia, non fece effettivamente in tempo a scrivere di surf perchè venne ucciso durante la sua terza spedizione, alle Hawaii, proprio dove lui ed il suo equipaggio furono per la prma volta testimoni delle gesta degli indigini sulle onde.
L'ònere di tenere il diario di bordo passò così al tenente James King che dedicò ben due intere pagine alla descrizione di questa insolita attività. Correva l'anno 1779 e King, dopo una descrizione che include tante delle manovre ancora oggi compiute, concludeva così:

"The above diversion is only intended as an amusement, not a tryal of skill, and in a gentle swell that sets on must I conceive be very pleasant, at least they seem to feel a great pleasure in the motion which this exercise gives."

"L'attività descritta è intesa solo come un divertimento, non una prova di bravura, e con delle onde gentili, devo ammettere che sembra essere veramente piacevole, almeno sembrano provare grande soddisfazione dal movimento che questo esercizio crea."


Poichè gli hawaiani non conoscevano la scrittura, non è possibile indicare quando questa attività così insolita ha avuto inizio. E' però stupefacente pensare che, se le Hawaii sono state colonizzate dagli spostamenti dei polinesiani, come sembrano dover ammettere gli antropologi, con un processo iniziato 2000 anni prima di Cristo, è probabile che non solo i popoli delle isole del pacifico possedevano conoscenze marine raffinatissime che consentivano loro appunto di spostarsi per centinaia o anche migliaia di chilometri in mare aperto a bordo sostanzialmente di canoe, ma anche che questi praticassero l'arte del surf ben prima che Colombo fosse nato!
A questo proposito torna utile il libro di Pretor-Pinney e lo studio raffinato delle onde marine, che possono rivelare la lontana presenza di terra ferma all'occhio di chi le sa leggere. Figuratevi se un popolo in grado di concepire tali spostamenti in mare aperto, non fosse in grado di cavalcare un onda!

Purtroppo le Hawaii, come molte isole del pacifico, abitate sostanzialmente da popoli gentili e dediti ai piaceri della vita, furono presto invase da ogni tipo di avventurieri, guerrieri, governatori, vagabondi, assassini, mercanti, malattie e predicatori del vecchio mondo.

La cultura del surf, che alle Hawaii faceva profondamente parte della vita sociale, attraverso riti, preghiere, sfide per il regno o per le spose, Dei da placare e bravura da mostrare, fu violentemente minata.
Ovviamente a dare il colpo più duro furono i religiosi, che hanno sempre avuto l'implacabile istinto di viaggiare per i sette mari pur di riuscire a rovinare la vita altrui.
In questo caso i distruttori furono dei Calvinisti Cristiani inglesi, arrivati nel 1820.
Non solo volevano convertire gli indigeni al culto di un solo Dio, ma ovviamente pretendevano che le persone fossere più vestite, che lavorassero di più, più duramente, che facessere meno sesso e che giocassero di meno. Ed il surf, manco a dirlo, era un'attività da cancellare!

L'unica cosa a sparire più velocemente della cultura hawaiana, erano gli hawaiani stessi. Decimati dalle malattie portate dal vecchio mondo.

Una delle più vecchie foto esistenti di un hawaiano con la sua tavola, fine '800.



Così durante l'800 non rimasero che pochi, sparuti, deprecabili, ignoranti, peccaminosi indigeni a tramandare l'antica arte del surf.
Eppure il cambiamento di rotta era nell'aria.
Durante quel secolo infatti sia Robert Louis Stevenson, che Herman Melville, che Mark Twain passarono per le Hawaii. E se i primi due si limitarono ad utilizzare i paeseggi tropicali per ambientare le loro storie, il buon Twain si fermò a sufficienza per vedere, capire, apprezzare e praticare il surf! Non solo infatti scalò il Kilauea durante un'eruzione, non solo cavalcò in giro per l'isola fino a che il sedere non gli fece male, non solo tentò di nuotare nudo con le native (altrattanto nude), ma si cimentò pure, anche se senza successo, nel tentativo di cavalcar le onde per la quali "solo i nativi potevano dominarne la pratica".
Putroppo Mark Twain al tempo non era ancora famoso e del surf ne parlò solo in alcune lettere private.

Ma evidentemente, nonostante l'immoralità, era solo questione di tempo.

Capitò così che con l'avvento del nuovo secolo, furono proprio 3 uomini bianchi, ed un hawaiano, a ridare vita a questo sport.
Accadde che nel 1907 Jack London, già autore di tre grandi successi quali Zanna Biancha, Il richiamo della foresta ed Il lupo di mare, fece visita, con la moglie, alla località di Waikiki. Avendo preso sistemazione proprio davanti ad una delle poche spiaggie in cui veniva ancora praticato il surf, non potè fare a meno di interessarsene. Conobbe così un eccentrico giornalista inglese dal nome di Alexander Hume Ford, che lo iniziò alla pratica, ed i surfisti locali, tra cui il mezzo scozzese George Freeth, un maestro della tavola ma anche un completo uomo di mare. Inutile dire che Jack London divenne presto un surfista ed immediatamente scrisse di questo sport nel saggio "A Royal sport. Surfing in Waikiki".
(Personalmente trovo stucchevole che London abbia definito il surf come uno sport Reale, cioè della Regina o del Re d'Inghilterra, ma sicuramente in generale fu il male minore..)

George Freeth con la sua tavola.


Il racconto di London ebbe una tale risonanza che Freeth, il genio della tavola, fu invitato in California da un magnate della ferrovia per una dimostrazione pratica. Freeth fu dunque ufficialmente il primo uomo a surfare un'onda in California (in seguito poi patria del surf moderno con l'Australia e le Hawaii) anche se testimonianze dell'800 raccontano di equipaggi di hawaiani a bordo di vascelli inglesi e americani correre verso riva per cavalcare nuove onde in località per loro mai viste prima.

Così mentre London promuoveva il nuovo sport reale nei salotti più importanti, e Freeth lasciava di stucco le folle astanti in giro per il mondo, Hume Ford si diede da fare per ricevere dei fondi che consentissero la fondazione di un surf club a Waikiki.
Il club si fece e prese il nome di Outrigger Canoe Club. E nel 1915, quando London tornò a far visita, possedeva già 1200 membri!

L'ultimo tassello per la rinascita di questo sport fu aggiunto dall'hawaiano e leggendario Duke Paoa Kahanamoku. Un talento sulle enormi tavole dell'epoca, ma anche un incredibile nuotatore. Nel 1912 aveva già battuto 3 volte il record mondiale sui 100m stile libero, rivoluzionandone tra l'altro la tecnica.
In quello stesso anno, passando per la California diretto a Stoccolma per le Olimpiadi, diede anch'egli una dimostrazione di surf che fece ancora più clamore della prima.
Vinse le Olimpiadi e pure quelle successive, passando molti anni a dare dimostrazioni di nuoto e surf in giro per il mondo.

Fu lui, nel 1915, nella spiaggia di Manly, Sydney, a dare una dimostrazione di surf ai dimenticati sudditi della Regina, dando all'Australia un nuovo sport di cui sarebbe poi diventata portabandiera.
Il campione dei campioni: Duke Paoa Kahanamoku.

2 commenti:

Marica ha detto...

Molto bello il tuo post, vorrei aggiungere una nota: mio marito mi ha raccontato (quindi non ti posso linkare niente, ma mi fido che mi abbia detto la verita') che il surf nelle isole Hawaii era praticato soprattutto dalle famiglie reali, da cui penso che derivi il titolo del libro di London.
Quando poi sono arrivati i colonizzatori la pratica di surfare fu repressa proprio perche' era stata praticata da chi aveva precedentemente il potere!

F ha detto...

Ciao Marica.
Si, in effetti leggendo altre cose qua e la mi sono reso conto che probabilmente "lo sport reale" di London era riferito al fatto che fossero coinvolti i personaggi piu' importanti delle isole.

Condensando cio' che ho imparato fin qua posso dire che piu' che altro l'appartenenza ad una famiglia di alto rango dava il diritto a surfare in alcune localita' estremamente pericolose, proibite al semplice popolo. La proibizione va considerata anche in relazione al fatto che surfando si metteva in praticava anche un rito per ottenere il favore degli o del dio del mare.
Ecco quindi la relazione tra pericolo-esclusiivita'-prestigio-preghiera-potere.
Tuttavia l'arte del cavalcar le onde era libera e praticata da tutti e rappresentava una possibilita' di riscatto sociale per i valorisi.

Per quanto riguarda la repressione trovo ovunque riferimenti alla religione importata dagli europei e quasi niente in riferimento alla pratica delle famiglie reali.

In realta' l'attitudine moralista ma razzista degli europei ruppe ben presto i tabu' delle localita' sacre e della superiorita' della monarchia -sottomessa ai nuovi arrivati.
I locali si ritrovarono ben presto con dei Re sottomessi, una religione fallace che non puniva i trasgressori, e tutto il vecchio sistema sociale dilaniato dalle nuove presenze. Il tutto condito dai nuovi religiosi che minacciavano l'inferno per qualsiasi cosa (quello si, reale!).

Il surf fu abbandonato perche' era peccato, perche' non rientrava nel sistema sociale degli europei, perche' non serviva a pregare ne' a guadagnarsi uno status migliore.

Per quanto riguarda la sua repressione trovo riferimento sempre e solo alla religione.
La fine di un sogno in cambio dell'Inferno.
Quello che ha fatto l'uomo europeo ovunque sia andato.

Concludo consigliando a tutti la lettura di quest'altro libro che traccia una breve storia del surf moderno alle Hawaii seguendo le gesta di due particolari campioni: Mark Foo e Ken BradShaw.
Il libro si intitola: "Stealing the wave" di Andy Martin.
Epico, a dir poco.
Ne vale la pena!

Dovrei farne un post..